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SubbuteoCollection
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Parodi primo a sx.

 

Ricorre nel 2009 il decimo anno dalla morte del “ papà “ del Subbuteo in Italia, infatti nel 1999 ci lasciava colui che ha regalato ad almeno due generazioni le emozioni del calcio a punta di dito più famoso al mondo. Dinastia di giocattolai la sua il padre Alfredo Parodi importò in Italia il Meccano già nel 1916 uno dei giochi che ancora i ragazzi della mia generazione ricordano bene, ma come arrivò il Subbuteo? La leggenda narra che leggendo un catalogo per corrispondenza Inglese ci fu l’intuizione, subito il contatto e l’importazione del gioco con la relativa collocazione nei negozi. Chi di noi non ha sbavato davanti alla vetrina del negozio di giocattoli che aperta la scatola piazzava quel panno verde in vetrina? Era una grande novità la replica del calcio più realistica mai vista, quel campo verde le due squadre rossa e blu il grosso pallone accendevano la fantasia di chiunque adulto o bambino incrociasse con lo sguardo quel campo, possedere il team del cuore diventava un imperativo. Cominciò dopo poco anche la storia agonistica che continua ancora oggi con l’Italia che la fa spesso da padrona, molti dei giocatori che Parodi ha visto tirare i primi colpi sono ancora in attività come non ricordare Renzo Frignani campione del mondo 1982, Andrea Piccaluga  campione del mondo juniores nel 1978, la clamorosa vittoria di Rochefort ( Belgio nel 1979) con Stefano De Francesco e Stefano Beverini. Edilio Parodi era sempre con loro nelle trasferte più impegnative o nei campionati nazionali, alcuni di loro mi hanno raccontato della visita nella ditta genovese dove prima della partenza per un importante torneo all’estero ebbero la fortuna di entrare nel famoso magazzino e di poter scegliere la loro squadra in un muro di scatole verdi, esperienza senza dubbio indimenticabile mentre noi giocatori mortali sognavamo vedendo le loro fotografie sulle pubblicità di Topolino. Nell’era prima del computer chi non ha sognato aprendo un catalogo e vedendo Kevin Keegan sfidare Beverini, Moore e Banks cercare inutilmente di battere Piccaluga o Chalton fotografato mentre viene circondato da ragazzi della nostra età in una fotografia oggi storica, poi i videogames hanno fatto terra bruciata di questa magia, ma nel nostro cuore di quarantenni un po’ bambini rimane il ricordo e la gratitudine per questo uomo che ci ha regalato delle emozioni che non potremo mai dimenticare.

 

 

 

Alex Rota 

 

 

 

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Presentazione di Luca di Pillo

 

Questo spazio web raccoglie non solo la storia del Subbuteo, ma è anche testimone della sua continua evoluzione nel tempo, del suo dinamismo, fino al punto di aver ispirato a realizzare delle vere e proprie opere d’arte, personalizzando in proprio le squadre, in modo maniacale.

Subbuteo: per chi come me l’ha vissuto per sei anni dal 1971 alla fine del 1976, non è solo un gioco. Ai tempi non era solo un passatempo. Andare ai giardini a giocare era un passatempo. Fare una partita a pallone era un passatempo. Ma il Subbuteo no. Quando ti ritrovavi a fare una partita, per terra, con l’amico-sfidante di turno, ti sentivi responsabile, del tocco giusto, del piazzamento degli “omini”, della difesa sguarnita, eri giocatore, allenatore e critico sportivo al tempo stesso. Essere bravo a Subbuteo significava avere capito. E non era poco, non era solo vincere, ma aver fatto giocare la squadra nel modo giusto, completo. Ti muovevi, guardavi la retroguardia con un occhio, con l’altro l’avversario, era un continuo dimenarsi. A dire il vero, c’era molto di simile con la partita vera a pallone. Solo che qui muovevi più le mani, là più i piedi.

Ma non è tutto.

La bellezza delle maglie delle squadre, la perfezione (allora) dei calzettoni, degli accessori, il realismo dell’insieme (ma a colori rispetto alla TV ancora in bianconero) ti stupiva, ti attirava, poi piano piano ti coinvolgeva. Ricordo che quando andavo a comprare la squadra nel negozio sottocasa, cercavo di vederne il più possibile (erano le HW…). Alla fine finivi per comprarne una che non aveva niente a che vedere con la tua squadra del cuore, ma “hai visto che colori?”. Da lì al collezionismo il passo era breve, anche se ai tempi collezionare significava solo avere un po’ di squadre in più rispetto all’amico.
Era arte, ai nostri occhi (stregati) guardare una squadra nuova era come, anzi, meglio che guardare un quadro di Dalì. Anzi, era il quadro di Dalì. E il verde. Memorizzato, nella sua intensità. Non di rado nel quotidiano, mentre facevi dell’altro, se lo sguardo distratto vedeva un qualunque oggetto di quel colore, o semplicemente che richiamasse quel colore, alla nostra mente subito: Subbuteo.

Sei anni di assoluta dedizione, per poi a 44 anni esserne ancora coinvolto. Ma quei sei anni sono indimenticabili. Ricordo tutto. L’attesa, il calore, il divertimento, la sofferenza, il pensarci sempre durante la giornata. Era come una bella donna. Forse il Subbuteo, per noi, era proprio questo.

Luca Di Pillo

 

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                                                                    Alex Rota.

                                                                         

 

                                                                                       

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