1)La tua storia Subbuteo/ Cdt è molto legata allo Stella Artois che hai contribuito a far nascere come lo conosciamo oggi, ma la prima volta che lo hai visto, come e’ scoccata la scintilla con il panno verde??
Avevo nove anni, e nel cortile di casa mia, dove mi trovavo tutti i pomeriggi con i miei amici, è sbucato un amico con in mano una scatoletta. Era una squadra subbuteo, un Feyenoord per l’esattezza. Ricordo in modo assolutamente nitido la mia meraviglia nel vedere una cosa così bella. Io giocavo con il Giocagol, una sorta di subbuteo dei poveri, e non immaginavo ci potesse essere un’alternativa di quel livello. Saputo il prezzo della squadra (3900 lire, nel 1977), ho capito però che il subbuteo per me sarebbe stato poco più di un miraggio. La prima squadra lo acquistata, dopo mille sacrifici, almeno quattro mesi dopo. Il Liverpool, la mia squadra del cuore, era esaurita, così ripiegai sulla rivale dell’epoca, il Borussia Moenchengladbach. Tanto per dirvi come era dura per me acquistare il materiale, pensate che, praticamente, fino al 1982, non ho mai avuto un campo ufficiale subbuteo. Fino ad allora giocavo su una tenda, con le righe del campo ricamate da mia nonna. Dopo anni di partite con vicini di casa e compagni di scuola, proprio nel 1982, ho disputato il mio primo torneo ufficiale, il Guerin Subbuteo, torneo organizzato dal Guerin Sportivo. Per anni la federazione ha vissuto grazie agli iscritti portati dalla testata. Da quel momento la mia vita è letteralmente cambiata.
2)Ultimamente con la tua squadra hai conquistato un importante Trofeo fuori da confini Italiani, tante vittorie, ci racconti il tuo palmares??
Il primo titolo ufficiale fu il campionato regionale lombardo nella categoria juniores. Correva l’anno 1984. I Regionali Open li ho vinti tre volte invece, nel 1996, 2006 e 2007. Oltre ad una ventina di tornei nazionali, ed una trentina di tornei regionali, il fiore all’occhiello è il titolo italiano assoluto che ho vinto nel 1990 (primo lombardo della storia) a Caserta. Questo per quello che riguarda la carriera individuale.
In nazionale ho partecipato a cinque Campionati del Mondo, vincendo nel 1998 a Namur, e nel 1999 a Delft. In entrambi i casi ero capitano e giocatore. Decisamente una enorme soddisfazione.
A squadre, con la mia squadra, lo Stella Artois, ho vinto davvero tutto. Cinque titoli italiani (1990, 1991, 1994, 1995, 1996), due coppe Italia (1996, 1997), una coppa Europa (1994), due Major Italia (2000, 2001), tre Grand Prix d’Italia (1996, 2004, 2005), otto Open Italia, cinque Grand Prix e sei Open all’estero. Non dimentichiamoci anche le dodici Coppa Lombardia.
Ma i record dello Stella Artois riguardano anche piccoli gioiellini, di cui vado particolarmente fiero. Ne cito due in particolare. Siamo stata la prima squadra della storia ad aver vinto un Open Internazionale schierando tre giocatori. E’ successo a Cormons nel 2003. Siamo l’unica squadra ad aver vinto nella propria storia tre tornei internazionali, schierando in finale tre squadre completamente diverse tra loro. Coppa Europa 1994 (Baglietto, Funaro, Hoffman, Scagni), Dolo 1996 (Benvenuto Bryan, Benvenuto Eric, Galeazzi, Rocchi) e Temploux 2006 (Corradi, Intra, Iorio, Mazzeo). Direi che non è poca cosa.
3)Tanti anni di impegno per far nascere un club bello e vincente come il vostro, un bel sacrificio, ripagato da tante soddisfazioni un gruppo compatto e di livello altissimo…ne e’ valsa certo la pena,
vista la tua grande esperienza che consigli dai ai ragazzi che come te hanno cominciato questa avventura?
Una cosa che ho detto ai miei compagni di club anni fa e che continuo a ripetere è che un club è come una famiglia, non propriamente un gruppo di amici. Nello Stella Artois abbiamo avuto giocatori, e quindi uomini, di ogni estrazione, rango sociale ed ideologie politiche. Eppure abbiamo vissuto emozioni all’unisono, che neanche i migliori amici vivono. Pensateci bene. E’ difficile che anche con gli amici più intimi ci siano degli incredibili slanci di entusiasmo, pur nella profonda intesa e complicità, mentre in una squadra si gioisce, ci si abbraccia, talvolta si piange insieme, perché il clima di unione che pervade nella squadra nei momenti importanti, nelle vittorie, e più ancora nelle sconfitte, è superiore ad ogni eventuale disaccordo o a differenti modi di vedere e di gestire la vita. Persone che mal si sopporterebbe nella vita, che nella squadra diventano una cosa unica. Tutto ciò è splendido e se vogliamo ha del miracoloso.
Ecco, il consiglio che posso dare a tutti è questo. Abbiate la voglia di condividere le vostre emozioni. I caratteri anche opposti possono trovare un punto in comune, ed è lì che bisogna lavorare per creare un grande gruppo e quindi una grande squadra. E non importa il livello di gioco e gli obbiettivi della squadra. A volte anche una vittoria estemporanea in una singola partita può dare gioie immense per se e per i tuoi compagni, ma anche una sconfitta, se si gioca col cuore.
Il mio compagno di squadra Bruno Mazzeo, quando giocava nel Bergamo ha perso tre spareggi promozione per la serie A, di cui uno (a Dolo nel 2000), prendendo il gol decisivo (da Morgan Croce) nel sudden death. Non vi dico le lacrime lasciate da Bruno in quei giorni (ed anche in altri). Eppure da grande uomo di sport, se gli chiedeste se avrebbe preferito rinunciare a quei momenti, risponderebbe mai al mondo. Quelli sono i momenti, seppur amari, per i quali vale la pena vivere le emozioni del nostro sport, e di tutti gli sport in genere.
4)Sono note le tue esperienze con la Nazionale ci racconti qualcosa??
Ho fatto il Commissario Tecnico di tutte le nazionali italiane dal 1999 al 2005 inclusi.
E’ difficile fare una sintesi di tutto quello che è successo in quelle sette edizioni dei mondiali.
Però mi preme precisare una cosa. Il ruolo del CT all’epoca non era così chiaro come lo si può intendere oggi, dopo anni di rodaggio e soprattutto di successi.
All’epoca bisognava porre le basi per capire bene quale fosse il ruolo ben del CT, entro che limiti avesse potuto muoversi e con che parametri. In questo senso posso dire che i consigli federali, di cui facevo parte in qualità di responsabile dipartimento sport (ero un po’ il capo di me stesso), hanno sempre fatto un buon lavoro e mi hanno sempre messo in condizione di dare il meglio, nella assoluta indipendenza.
Nello specifico posso ricordare due momenti topici della mia carriera di CT, il più brutto e il più bello. A Vienna nel 2000, la nazionale veniva dai successi di Namur e Delft dei due anni precedenti, quindi, o vittoria o morte. Andò male, per mille ragioni. Il titolo Open individuale non bastò a rendere positiva la spedizione. Sono successe tante cose che hanno minato fortemente la mia figura di CT e mi hanno indotto a rinunciare per il futuro della figura di capitano della squadra Open. Tra i veteran ci fu poca coesione ed anch’io mi assumo le mie responsabilità. Mi dimisi tornato in patria, ma le dimissioni furono rifiutate.
Il più bello è invece il mondiale di Bologna 2004. Sono stati tre giorni da favola. Facendo anche parte dello staff organizzativo, ho vissuto quell’esperienza in toto. Quelli precedenti sono stati mesi duri per me, sommerso dalle critiche per aver convocato giocatori, ritenuti non all’altezza. Nello specifico Giulianini negli open, Frignani nei veteran e Corrado Trenta nella squadra veteran. Come è andata? Giulianini campione open, Frignani campione veteran e finale veteran a squadre con il Belgio finita 1 a 0 per noi. Chi ha dato il punto? Corrado Trenta. Credetemi, sono soddisfazioni.
L’anno seguente, dopo il successo del mondiale a Tournai, ho dato le definitive dimissioni, per più ragioni che ho spiegato in una lettera aperta a tutto il movimento. Ad oggi non ho rimpianti per quella decisione, anche perché l’eccessiva politicizzazione intrapresa dal consiglio negli ultimi anni mi avrebbe trovato in difficoltà nella collaborazione.
5)Ero a Brescia il giorno che hai vinto il Torneo, ho visto una finale con Mancini dove veramente hai dovuto spremere tutto il tuo talento, sei andato sotto e con una calma olimpica sei ripartito e hai trovato il pari a un soffio dalla fine, un bel mix di esperienza e classe….
Mettiamoci anche un po’ di culo, quella volta. Il fatto è che io sono un agonista nato. Amo per concetto l’equilibrio ed adoro le partite che si risolvono sul filo di lana. Nella mia carriera ne ho vissute davvero tante, a volte mi è andata bene, a volte meno. Probabilmente sono in attivo nel complesso. E’ chiaro che più vivi una situazione, più questa ti fa meno paura e impari a gestirla, anche perché l’eventuale sconfitta puoi prenderla con maggior filosofia. Macini quella volta mi sorprese in positivo. Passai in vantaggio e onestamente pensai fosse fatta. Invece lui mi ribaltò e solo all’ultima azione riuscii a pareggiare, per poi vincere al sudden death. Non era la prima volta che mi capitava, anzi… e non è stata l’ultima.
6)Nella tua lunga militanza hai attraversato anche l’era del Subbuteo vecchio stile, quali sono i tuoi ricordi più belli di quel periodo? E i giocatori secondo te più forti?
Premetto una cosa. Non trovo ci sia tutta questa differenza tra il subbuteo che si giocava negli anni ottanta e quello attuale. Non capisco a tutt’oggi perché si vuole a tutti i costi rimarcare questa ipotetica differenza. Ma io parlo dal 1982 in poi. Negli anni settanta probabilmente il gioco era un po’ diverso. La cosa però che mi preme di chiarire è che spesso si confonde il termine subbuteo vecchio stile, come lo hai definito tu, con il subbuteo che si giocava in casa sui pianerottoli delle case o nel migliore dei casi sui tavoli della cucina. Nel primo torneo che ho fatto, e si parla di marzo 1982, rimasi sconvolto di come i giocatori esperti facessero andare gli omini (stralucidati e spesso sofisticati) sempre dritti, senza usare mai, e dico mai, il cosiddetto girello.
Nei primi anni (dal 1982 al 1984, gli anni da junior) la cosa che colpiva maggiormente entrando nella sala del torneo, era l’odore del lucido che si usava all’epoca (il Nugget). Una sensazione che ho ancora fortissima. Ricordo che i tornei non erano organizzati in maniera molto professionale, e che non vi era molto interesse a mantenere gli iscritti. Tanto per dirvi, pensate che si giocava ad eliminazione diretta e tempi da dieci minuti. In poche parole metà degli iscritti alle dieci e mezza del mattino poteva già andarsene a casa. Il regolamento di gioco era totalmente opinabile, e la prepotenza aveva un ruolo fondamentale. In fin dei conti non ho un ricordo idilliaco di quegli anni. Solo un fortissimo entusiasmo e il traino di Stefano Buzzi, mi ha permesso di continuare. Certo agli occhi di un ragazzino, quale potevo essere io stesso, l’ingresso di un mondo nuovo come quello del subbuteo era comunque una forte esperienza, ma è giusto valutare le cose con un giusto equilibrio.
Io ho avuto la fortuna di essere lombardo, e quindi all’epoca ho visto all’opera gran bei giocatori. I fratelli Potecchi, Funaro, Placanica, avevano appena sostituito i pionieri del gioco Signorelli, Barina, De Pascale e così via. Giocando solo in Lombardia non ho potuto vedere proprio tutti, ad esempio sua maestà Renzo Frignani lo visto personalmente la prima volta solo nel 1989. In compenso a Milano spesso passavano dei grandi dell’epoca, dal genovese Massino, al torinese Baj, ai veneti Di Lernia e Bellotti. E’ ovvio che a me a quei tempi parevano tutti dei fenomeni, e qualcuno lo era davvero.
7)Un giocatore come te ha sicuramente delle preferenze sui materiali, che tipo di basi usi? Hai qualche segreto da svelarci?
Mi cogli un po’ in fallo. Ti assicuro che non sono un cultore dei materiali. In poche parole non ci capisco poi tanto. Io uso una tricomposta Astrobase, perché l’ho vinta vincendo un torneo a Genova. Comunque mi trovo molto bene con questa. Ho usato le Sports figures fino a tre anni fa, e ancora oggi adoro quel tipo di squadra, da tutti osteggiata per la forma “poco” umana della figura. Io personalmente la figura umana della miniatura la abolirei del tutto…
8)Sei il CT della tua squadra, disponi di giocatori di grande classe, ma le difficoltà ci sono per tutti, diamo un consiglio a chi ricopre il tuo ruolo in altre squadre, quali sono le problematiche più grandi?
Lo Stella Artois come club è un po’ atipico. Da noi non ci sono mai state convocazioni. Dev’essere una gioia seguire la squadra a prescindere dal fatto di giocare o meno. Ma capisco che non deve essere così ovunque. Le problematiche solitamente si creano quando all’interno di un gruppo si vengono a creare lotte intestine. Questa è la situazione peggiore per una squadra, poiché oltre a creare disagi in seno di eventuali convocazione o meglio di collocazione in campo, l’eventuale escluso vive spesso emozioni contrastanti, spesso negative nei confronti del suo diretto avversario. Cose del tipo, che vinca la squadra, ma che perda lui. E questa è la cosa più deleteria che possa capitare, anche se è la più usuale. L’errore che fanno molte squadre, spesso le più inesperte, è quello di fare dei trials, come se la vittoria in uno scontro diretto possa determinare chi possa essere più utile per la squadra.
Tenere in mano una squadra per tanti anni è ancora più difficile, perché cambiano prospettive ed obbiettivi, ed il modo di vedere le cose di ogni giocatore, in funzione delle proprie esperienze e soprattutto delle vicissitudini della vita. L’importante è capire le priorità di ogni singolo ed incanalare le potenzialità in favore della squadra, eliminando gli inconvenienti, o meglio minimizzandoli. E più facile a dirsi che a farsi, certo, ma vale la pena sempre investire un po’ del tuo tempo a ragionare su queste tematiche.
9)Secondo la tua esperienza quanto allenamento serve, e come va strutturato per arrivare in forma ai tornei?
L’allenamento serve soprattutto all’inizio della carriera. Per migliorarsi e migliorare specialmente i colpi, bisogna darci dentro all’inizio. Sono più avvantaggiati i giovanissimo, perché in linea di massima hanno molto più tempo da investire. Una volta raggiunto un discreto livello di sensibilità al tocco, il miglioramento lo si ha invece sotto il punto di vista tattico e nella gestione, anche mentale, della partita. Per fare questo bisogna giocare molto, anche amichevole, per capire i propri limiti e migliorarli. Non è facile per niente, perché spesso si sbatte contro il proprio orgoglio o più semplicemente non si riesce a capire gli insegnamenti che può dare il campo, e vi garantisco che non è facile per nessuno. Non penso esista una struttura di allenamento più utile di altri. L’allenamento serve principalmente per dare un certo automatismo ai colpi. Se un giocatore è poco allenato, può comunque giocare ai suoi massimi livelli, ma con maggior dispendio di energie nervose, che poi nell’arco di un torneo si fanno sentire.
Il nostro resta uno sport che ha nella componente mentale la percentuale più alta.
10)L’ultima domanda è sul futuro di questo sport che ne pensi? Sopravviverà alla nostra generazione?
Una decina di anni fa ho visto il futuro un po’ nero, oggi sinceramente lo vedo più roseo. Ma la cosa che bisogna fare è affermarsi sempre più come disciplina e come sport. Ma non penso che il CONI sia la panacea di ogni male, anzi il tanto agognato inserimento in quella struttura potrebbe portarci alla vera fine, stritolati da una serie di vincoli che toglierebbero respiro all’attività. Principalmente bisogna credere in noi stessi. Abbiamo retto ad ogni tipo di moda, vediamo di non buttare via tutto adesso. Per far sì che anche le generazioni a venire si facciamo prendere da questa passione bisogna fare in modo di chiarire bene il concetto di disciplina agonistica. Noi eravamo travolti dalla bellezza del gioco in quanto tale, oggi questa cosa non può avere la stessa presa, per cui l’inserimento deve giungere dall’agonistico, non dal ludico, come avveniva negli anni ottanta. Non è semplice ma abbiamo tutti l’obbligo di provarci. Se la cosa fosse stata fatta già un quarto di secolo fa tutto sarebbe stato più semplice, ma all’epoca eravamo i burattini di un grosso distributore di giocattoli, che ovviamente non aveva nessun interesse a divulgare la componente sportiva se non al solo scopo pubblicitario. I vari presidenti di club erano troppo giovani per capire bene le potenzialità della cosa. Oggi è molto più difficile ma non impossibile.
Un grazie veramente sentito a Galeazzi, ottime ed esaustive le sue risposte dettate dall’esperienza e da una grande passione, nella speranza che le sue parole come quelle di chi lo ha preceduto possano far crescere in meglio un movimento che ha grandi potenzialità.
Alex Rota.