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Armando Picchi.
picchi2.jpg“Guarda i muscoli del capitano, tutti di plastica e di metano/ Guardalo nella notte che viene, quanto sangue ha nelle vene”

Francesco De Gregori, I muscoli del capitano


Armando Picchi, uomo e campione

di Giovanni Tarantino

Armando Picchi era capitano nella vita. Interprete per antonomasia del ruolo di libero, il leggendario calciatore livornese è stato capitano di quella che è passata alla storia come la “Grande Inter”. Quella di Sarti, Burgnich, Facchetti, per intenderci.
“Armandino” Picchi era un personaggio assolutamente antitetico rispetto al calcio moderno dominato solo dal lucro e dal profitto, e a maggior ragione, proprio perché un vero atleta e un vero sportivo, non era un personaggio televisivo.
Disse di lui Tarcisio Burgnich, suo compagno all’Inter, che con Picchi ha condiviso i due anni di vittorie più importanti nella storia della squadra nerazzurra, quelli dal ’64 al ’66 (due scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali: un vero e proprio ciclo): “Ha interpretato il ruolo di libero in modo sublime. E' stato un caposcuola, proprio come Di Stefano e Suarez alla regia. Armando è stato la chiave di volta di molti successi”. E ancora, proseguiva su di lui El Gioànn, Gianni Brera, dopo la vittoria dell’Inter al Prater di Vienna in finale di Coppa dei Campioni, il 27 maggio 1964: “E' stato un battitore superbo, un regista difensivo quale non esiste oggi in Europa...per misura, potenza, senso registico nella difesa”.
Nato a Livorno il 20 giugno del 1935, il giovane Armando iniziò a giocare nella squadra della sua città a 19 anni, nel ’54, ricoprendo il ruolo di mezzala. Il vecchio numero 10, insomma. Dopo un avvio non felicissimo, nel quale stentava a rivestire quel ruolo, il suo allenatore, Mario Magnozzi, lo fece giocare terzino destro. Con questo ruolo divenne titolare e rimase a Livorno per ben 5 stagioni. Successivamente, nel 1960, approdò alla Spal, dove disputò una stagione memorabile: la compagine ferrarese si trovava in serie A, sotto la guida di Paolo Mazza, e al termine della stagione arrivò al quinto posto, peraltro mai più raggiunto nella storia della gloriosa Spal.
Pur essendo sempre rimasto nei cuori dei livornesi, suoi concittadini, Picchi fu compreso anche quando nell’estate del ’60 passò all’Inter. Si percepiva che quel terzino di grande talento fosse destinato a giocare in una grande squadra. E Picchi, a differenza di un giocatore livornese dei tempi moderni, Cristiano Lucarelli, non fu mai accusato di tradimento dalla sua gente.
Nella stagione ’61-’62 Helenio Herrera, durante una partita contro il Bologna, provò a far giocare Picchi da libero: esperimento riuscitissimo. Così, nel volgere di breve tempo, Picchi divenne, da timido terzino che era, il leader difensivo, ovvero il libero. Come libero dimostrò un buon senso dell' anticipo e uno straordinario senso tattico, che uniti alla sua nitida battuta, ne fecero uno dei migliori interpreti del ruolo. Colui che costruiva il gioco a partire dalla difesa, un regista arretrato: un ruolo che successivamente verrà interpretato in maniera magistrale da Franz Beckenbauer e Gaetano Scirea. Di questi straordinari giocatori Picchi fu caposcuola. Con la “Grande Inter” vinse in totale 3 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe intercontinentali. Poi fu ceduto al Varese al termine della stagione 1966/67, dopo aver giocato in nerazzurro 257 partite complessive con 2 goal segnati.
In un volume a lui dedicato da Valberto Miliani, intitolato “Armando Picchi. Uomo e campione” pubblicato nel 1989, Massimo Moratti, attuale presidente dell’Inter, figlio di Angelo che di Armando fu a sua volta presidente, rivolge un pensiero al capitano nerazzurro: “Ricordo l’emozione di mio padre al ritorno da una trasferta in Romania contro la Dinamo Bucarest, per un gesto eroico di Armando che lo aveva entusiasmato”. Ecco l’episodio come lo narra Miliani: “L’Inter gioca una partita di Coppa dei Campioni davanti a un pubblico inquieto che rumoreggia, insulta, lancia oggetti in campo, colpisce Landini all’orecchio con una palla di neve gelata e, ad un certo momento, sfonda la rete di protezione e invade il campo. Fuga generale dei giocatori verso gli spogliatoi. Un uomo solo, Armando Picchi, si volta verso gli invasori, gonfia il petto con orgogliosa fierezza e muove contro di loro in atteggiamento di sfida. Sembra incredibile, ma prima di arrivare al contatto fisico la furia si placa e gli scalmanati rifluiscono nell’alveo della curva”.
Qualche settimana dopo arrivò all’Inter una onorificenza del Ministero del Sport rumeno per il gesto coraggioso del suo capitano e per la dignità della società che non presentò ricorso all’Uefa, preferendo risolvere sportivamente la questione sul terreno di gioco, nell’incontro di ritorno.
Fu nell’inoltrato autunno del 1970 che Picchi cominciò ad avvertire i sintomi di un male che non gli darà tregua. Sembrava un semplice mal di schiena di origine reumatica. Armandino Picchi era l’allenatore della Juventus. Una scommessa, quella di fare l’allenatore, dopo la rottura con Herrera all’Inter che avrebbe certamente vinto se il male non lo avesse consumato così in fretta. La diagnosi del brutto male arrivò all’indomani della partita giocata a Firenze, dopo che i dolori erano aumentati e si erano fatti insopportabili.
La famiglia accusò il colpo e cercò di tenere nascosta la notizia che, però,non tardò a circolare. “Forse è giusto che vada a finire così. La vita mi ha dato molto. Mi ha dato molto e maledettamente in fretta” – disse sul suo letto d’ospedale parlando con i dirigenti della Juventus, mentre pensava scrupolosamente a quali suggerimenti far trasmettere a Vycpalek, che nel frattempo aveva preso il suo posto in panchina.
Circondato dall’affetto dei suoi cari, Picchi si avvicinava al momento del commiato.
“Ma Leo non è ancora arrivato?” – chiedeva spesso Armandino cercando il conforto del fratello farmacista.
Quel giorno, quando Leo arrivò, Armandino Picchi aveva già abbandonato, inutile e disarticolata, la corazza che aveva spavaldamente portato sui campi di tutto il mondo e aveva già raccolto le credenziali che gli servivano per l’ultimo provino davanti al suo Creatore: l’onestà, la generosità, la ribellione contro i soprusi, il rispetto per i valori sacri quali la famiglia e l’amicizia, il senso religioso della vita e un fascio di ritagli di giornale da mostrare lassù.
ìcosì il 26 maggio 1971. Non aveva compiuto nemmeno 36 anni.
Alla sua memoria anche Nando Dalla Chiesa ha dedicato un bel libro intitolato “Capitano, mio capitano. La leggenda di Armando Picchi, livornese nerazzurro”  (Limina, 2005).
ll giorno dei funerali, che la famiglia avrebbe voluto in forma privata ma che invece si svolsero in forma pubblica, tutta Livorno si fermò. I negozi chiusero dalle 17.30 alle 19.00 "in memoria di Armandino". Nel 1990 lo stadio dell'Ardenza venne intitolato alla memoria di Armando Picchi.
Di lui resta l’imperitura immagine di uomo e campione.
Pensare che di recente a Lucarelli, per anni considerato un simbolo livornese, i suoi ex tifosi hanno scritto: “Ti manca solo di andà a giohà ner Pisa”.
Chissà a Livorno, un giorno, chi si ricorderà di Lucarelli?
 
Fumetto...

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Roy Race, he shoots, he scores
(di Fabrizio Ghilardi)

Dimenticate le lunghe carriere di Peter Shilton, Ted Sheringham e del grande Stanley Matthews che ha giocato sino alla veneranda età di cinquant’anni.
E dimenticate i gol di Bobby Charlton, Ted Drake e Dixie Dean.
Ciascuno di loro avrebbe dovuto giocare almeno altri venti anni e segnare il quadruplo delle reti realizzate per raggiungere i fasti di Roy Race, il grande campione senza età che tra il 1954 e il 1993 ha indossato la maglia del Melchester Rovers, come giocatore, come player-manager e infine come allenatore. Chi più di lui è un’icona del calcio britannico degli ultimi cinquanta anni? Nemmeno Best, Keegan o Gascoigne. Roy Race ha superato indenne rapimenti, sparatorie, attentati, nonché il basso di Martin Kemp e il sassofono di Steve Norman degli Spandau Ballet con i quali è stato compagno di squadra e di trionfi. Ha vinto un numero incalcolabile di trofei e ha realizzato uno spropositato numero di gol, tanto che nemmeno gli almanacchi li registrano più.
L’unica differenza con gli altri campioni di football è che Roy of the Rovers è un calciatore che vive e segna, specialmente negli ultimi minuti e col suo sinistro potentissimo, soprannominato “Racey’s Rockett”, in uno splendido fumetto settimanale nato nel 1954 dalla matita e dalle chine di Frank S. Pepper e apparso per più di venti anni sulla rivista Tiger prima di diventare una testata autonoma. Anticipando di gran lunga l’attenzione che oggi viene riservata alle vicende personali e sentimentali dei calciatori e delle loro wags (wives and girlfriends), la vita e le imprese di Roy rappresentano un vero e proprio feuilleton, letto, seguito e apprezzato da milioni di inglesi. Il mix di fatti reali e finzione diventa l’ingrediente vincente della storia di Roy of the Rovers. Il giorno in cui Roy Race firma per il Melchester Rovers e debutta con la maglia del suo local team è tutta l’Inghilterra che si sente rappresentata nel sogno di ogni schoolboy: giocare e vincere con la maglia della propria squadra del cuore. Così come sarà tutta l’Inghilterra a stare con il fiato sospeso quando nel 1981 subirà un attentato, quando i suoi compagni moriranno in seguito ad una bomba terrorista, o quando, nel 1995, perderà la moglie. Roy nasce così, nell’Inghilterra placida e provinciale degli anni Cinquanta. Pepper, Stewart Colwyn (il nome usato da Joe Colquhoun per firmare il fumetto) e l’editore Derek Birnage riescono a dar vita al più amato dei calciatori britannici usando un linguaggio semplice e diretto, fatto di fair play, di onestà, di emozioni e di sentimento. Lo stesso linguaggio che ancora affiora nei commenti dei giornalisti che si occupano del calcio giocato. Espressioni come “real Roy of the Rovers stuff” sono tipiche quando si raccontano reti mirabolanti o situazioni risolte all’ultimo secondo, un po’ come nella nostra ‘zona Cesarini’. La trama del fumetto è semplice, ma col tempo cresce e si fa più articolata. Le prime storie raccontano le partite che si giocano sul campo del Melchester Rovers che disputa il campionato inglese e la FA Cup assieme ad altre squadre dai nomi fantasiosi. I riferimenti alla realtà, però, sono costanti, sebbene siano tenuti in filigrana. Si pensa che gli autori, parlando di Roy, si riferiscano a Bobby Charlton; d’altra parte, si è convinti che il biondo centravanti in maglia giallorossa e pantaloncini blu, invece, sia Malcolm MacDonald, attaccante del Newcastle prima e dell’Arsenal, poi. Si trovano indizi che fanno assomigliare l’epopea del Melchester al quasi omonimo Manchester, ovviamente United; se ne trovano altri che fanno pensare all’Arsenal degli anni Cinquanta. Ma Roy è soltanto Roy e il Melchester è la squadra che soffre ma vince e colleziona titoli. Per merito, senza mai sollevare polemiche. Nel 1976 il fumetto si lancia in una nuova avventura: lascia le strips di Tiger e continua a raccontare i cambiamenti del calcio d’oltremanica su una testata propria. Roy, nel frattempo, inizia a raccontare di trame sempre più intricate e sposa la sua segretaria Penny. Se nel 1964 era stato rapito, proprio prima della finale della World Cup che si stava per disputare in Sud Africa e se l’era cavata con un grande spavento e 48 ore senza dormire (senza che lo sforzo incidesse sulle sue successive prestazioni), nel 1981 subisce un attentato, proprio nello stesso anno in cui capita a Ronald Reagan e a JR di Dallas di rimanere colpiti da una pallottola.
Il drammatico evento accade in un momento davvero delicato. Il Melchester Rovers gioca nella Division Two, dopo la retrocessione-shock arrivata nella stagione precedente. Roy è in coma. La sua vita è appesa a un filo, ma riesce a riprendersi dopo che gli viene fatto ascoltare il tifo dei fans del Melchester mentre la sua squadra vince col risultato record 14-0 contro il Keysborough. Allenatore del Melchester, durante il coma di Roy, è Sir Alf Ramsey, il tecnico che diede all'Inghilterra il titolo di Campione del Mondo, nel 1966. Una garanzia per la squadra e per l’ambiente.
Anticipando i tempi, Roy è gia giocatore e allenatore, prima che nella realtà ci riesca lo scozzese Kenny Dalglish con il Liverpool, dimostrando come sia possibile giocare e vincere guidando il club senza sedere in panchina. Nel 1983 il primo colpo di scena. Roy lascia la sua squadra per approdare tra le fila dell’ambiziosa formazione londinese del Walford Rovers. Per fortuna l’avventura con i rivali di Londra dura poco. Roy è allo zenith della sua popolarità. Siamo all’inizio degli anni 80 e Roy ha cambiato la pettinatura come già gli era capitato nei decenni precedenti. E con la capigliatura cambia il kit con il quale il Melchester scende in campo. Appare persino lo sponsor. È tempo di cambiamenti. Il QPR a Londra inizia a testare i campi in sintetico e gli autori di Roy of the Rovers nel 1982, ancora una volta in anticipo sui tempi, fanno diventare il Mel Park, dove il Melchester gioca le partite casalinghe, il primo stadio senza terrace in cui gli spettatori sono tutti devotamente seduti. L’Hillsborough e il report di Taylor sono ancora lontani, ma gli autori di Roy – che già nel 1956 avevano fatto acquistare al Melchestr i primi calciatori in Francia (moda che più di recente è entrata in voga nel campionato inglese) – sono sempre i primi ad arrivare sui tempi. Nel 1985 la storia si arricchisce di altri personaggi reali che fanno il loro ingresso nella lunga saga del biondo centravanti di Melchester. L’ex portiere dell’Arsenal Bob Wilson e l’ex stella del Liverpool Emlyn Hughes firmano per lo squadrone di Roy, assieme a Martin Kemp e Steve Norman degli Spandau Ballet. Il Melchester Rovers è sempre più imbattibile. Continua a vincere e a riscuotere successi. Ma la cattiva sorte è in agguato. Nel 1986 si verifica un evento disastroso per la squadra di Roy. Andati nel lontano Basran, paese di fantasia del Vicino Oriente, i giocatori del Melchester subiscono un attentato dinamitardo e sei compagni di squadra muoiono nel terribile evento. Un paio di anni più tardi, un grande terremoto distrugge l’impianto in cui gioca la squadra di Roy. Il Melchester Rovers si trasferisce a Wembley e Roy nella partita finale della stagione 1991-92, negli ultimi secondi del match segna il gol che consente ai Rovers di vincere il campionato e a lui di diventare record scorer del football inglese. Per catturare sempre di più l’attenzione del pubblico occorrono eventi spettacolari. Dal 1954 il fumetto che racconta la vita e le gesta del biondo centravanti inglese ha collezionato lettori e successi. Il finale drammatico in cui Roy deve interrompere la carriera arriva nelle ultime pagine dell’ultimo numero settimanale del marzo 1993. Un incidente con il suo elicottero getta tutti nello sconforto. I fans, i media e la sua famiglia non sanno se riuscirà a cavarsela. Ovviamente Roy ci riuscirà, ma lo sapremo solo con l’uscita del primo numero del Roy of the Rovers Monthly nel settembre dello stesso anno, quando gli appassionati lettori scopriranno che l’incidente ha causato l’amputazione del suo famoso piede sinistro e che, lasciato il Melchester Rovers, il nostro eroe inizia una nuova avventura sulla panchina italiana dell’AC Monza. Sarà un caso, ma la storia di Roy si interrompe proprio nella stagione in cui la First Division inglese diventa Premier League e inizia una nuova avventura calcistica. Roy sembra non sopravvivere a questo grande cambiamento. La sua squadra, è vero, ha vinto tanto, ha vinto tutto. Ma ha ancora il sapore del calcio di una volta. Non è fatta per stare in una competizione che nasce perché i maggiori club inglesi chiedevano di poter contrattare singolarmente i propri diritti televisivi e le relative sponsorizzazioni, senza doverlo fare in blocco attraverso la Football Association e la Football League. La storia di Roy continua ancora per qualche anno su Match of the Day Magazine tra il 1997 e il 2001. Ora nel Melchester Rovers gioca il figlio maggiore di Roy ma il fumetto non è più lo stesso come il calcio non è più lo stesso. Roy of the Rovers col suo calcio pulito ed essenziale ha incantato generazioni di bambini e di adulti. Negli anni 70 uscì un fumetto che citava il Melchester Rovers e raccontava di un bambino e del suo amore per il Subbuteo: “Mike’s Mini-men”. I suoi omini in miniatura avevano la maglia dell’invincibile squadra di Melchester. La stessa Subbuteo, più tardi, spinta dal grande successo del fumetto, decise di realizzare un kit dedicato alla squadra del Mel Park. Nel 1981 e nel 1984 uscirono due versioni di squadre Subbuteo. Il primo kit non aveva il numero di reference, il secondo portava il numero 568. La versione presentava in maglia giallorossa del Melchester Rovers un biondissimo Roy. L’unico omino prodotto ufficialmente dalla Subbuteo che abbia mai avuto i capelli di quel colore. Un terzo kit uscì nel 1994 quando già Roy aveva terminato l’esperienza italiana e fu tentato un timido rilancio del fumetto. Il numero di riferimento del catalogo Subbuteo era l’806. Ma il vero Roy rimane quello del settimanale che uscì tra il 1954 e il 1993. Simpatico, onesto, vero. Un esempio per tutti gli appassionati di calcio e di fumetto. Proprio alcuni mesi fa la casa editrice Titan ha acquistato i diritti per ristampare le mirabolanti avventure del centravanti più prolifico di tutti i tempi e, nello scorso mese di ottobre, è uscito “The Bumper Book of Roy of the Rovers”.
Un volume impeccabile che ci riporta al football di una volta, quello in cui negli stadi d’oltremanica si cantavano le canzoni dei Beatles, si ascoltavano le partite alla radio e poi si tornava a casa per vedere i servizi trasmessi dalla BBC nel più bel programma di calcio mai esistito: Match of the Day. Amare Roy of the Rovers è un modo come un altro per onorare il calcio, oggi sempre meno appassionante e sempre più vittima del business.

 
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PER FORTUNA CHE C'E' IL SUBBUTEO!

Quando John Brickwood, il 5 aprile 1898, oltre a occuparsi della fabbrica di birra che aveva a Portsmouth decise di fondare il Football Club della propria città, mai avrebbe pensato che la lingua parlata sul campo di calcio (e cioè l’inglese, lingua che, essendo egli inglese come tutti i giocatori del neonato Portsmouth, parlava correttamente, magari con un po’ di accento della costa meridionale britannica), nell’anno del Signore 2008 fosse pressoché sconosciuta ai giocatori della sua squadra. E, forse, mai avrebbe pensato che il chairman dei Pompey, un giorno fosse un ricco magnate franco-russo-israeliano, di nome Alexandre Gaydamak. Ma tant’è.
Vittima della globalizzazione, il Portsmouth – che su ventotto giocatori in rosa ne ha una quindicina che sono stranieri – è stato costretto a correre ai ripari. Il tecnico, il sessantunenne Harry Redknapp, si è lamentato. I suoi calciatori non lo capiscono, non lo seguono nell’applicazione di tattiche e allenamenti, insomma, una tragedia.
E allora, la società è corsa ai ripari e i giovani campioni sono tornati sui banchi di scuola: la scuola che tutti gli appassionati di calcio hanno sognato di frequentare da bambini. Niente matematica, scienze, storia e fesserie del genere, a Portsmouth si studia il Football English. Al posto della lavagna, il professore, il prurilingue Jay Kettle-Williams della Polyglot Solutions, una scuola di lingue di Southsea, ha sistemato un bel campo di Subbuteo sul quale vengono simulate le azioni di gioco e i termini che i Pompey non inglesi devono comprendere in fretta.
Insomma, più espressioni del calibro di “Pick your man up”, “Don’t let him turn you,” e “Take him on, beat your man!”, che non le classiche frasette grazie alle quali abbiamo imparato l’inglese. E senza trascurare lo slang e le espressioni idiomatiche. “Alcuni stanno lottando strenuamente per apprendere l’inglese” – ha dichiarato il direttore della scuola di Southsea al Daily Mail – “Sono tutti ragazzi estremamente preparati fisicamente, ma non sono abbastanza allenati nel processo dell’apprendimento”.
Chissà se anche loro un giorno riusciranno a dire LAIFISNAU...

 
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