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Carmelo Silva..Il Maestro...
spaltop1.jpgEMOZIONI IN PUNTA DI MATITA

Quando non c'era la televisione a trasmettere i gol della domenica pomeriggio e le partite venivano ascoltate per radio, trasmesse dalla voce di Nicolò Carosio, c'era un inviato de "Il Calcio Illustrato" che con la sua matita, tutti i mercoledì, faceva rivivere le mirabolanti azioni dei campioni ed entusiasmava i tanti appassionati del calcio: Carmelo Silva.
In silenzio, come quando disegnava le sue vignette e descriveva le azioni salienti delle partite alle quali assisteva, dieci anni fa, ci ha lasciati. Come a dire che nell’epoca delle pay-tv e delle moviole, per lui, non c'era più spazio. Per decenni Silva partiva la domenica mattina e si recava nella città per raccontare il match-clou della giornata; Milano, Torino ma anche Firenze e Roma. Poi, seduto in tribuna, attorniato dagli amici giornalisti e da qualche curioso, Silva si apprestava a seguire con attenzione tutta la partita, nessuna fase dell’incontro doveva sfuggire, la distrazione di un gol non visto non era affatto permessa.
Dopo ogni azione e dopo ogni rete Silva non disegnava il preciso modellino che poi sarebbe stato pubblicato il mercoledì successivo, ma creava con rapidità schemi e bozzetti come in un prezioso promemoria; i calciatori atletici e dinamici al momento erano delle semplici righe e silhouette essenziali ma sufficienti per ricordare l'azione da raccontare, il tutto condito da freccette che indicava la direzione dei tiri. In poche parola il maestro "stenografava" con una matita celere quello che di una partita di doveva poi disegnare.
Poi in redazione o nel suo studio, fra appunti, lapis e gomme da cancellare, si compiva la creazione artistica della domenica. I bozzetti diventavano giocatori dal dribbling proibito e dalla tecnica eccezionale, i cerchietti erano visi affaticati e le freccette diventavano palloni dalla traiettoria imprendibile.
In pochi tratti il disegnatore riusciva a trasmettere l'emozione del gioco del calcio: il difensore in difficoltà, il centravanti che stanco per la lunga fuga sta per scoccare il tiro, il portiere battuto nonostante un plastico tentativo di parata, rivivevano nella sua memoria e attraverso la sua matita si materializzavano sul campo di calcio disegnato dal Maestro.
In ogni numero al Maestro era riservata una sua pagina dal titolo "La partita di Carmelo Silva", dove raccontava con i suoi disegni e con i suoi commenti, spesso ironici e da narratore al tono epico, un incontro della precedente domenica.
Ed ecco che, come per incanto, dalla sua matita rivivevano i fasti e le magie dei grandi calciatori e delle grandi squadre; ecco il Torino di Valentino Mazzola e di Ezio Loik, il Milan del trio Gre-No-Li, la Juventus di Omar Sivori e di John Charles, l’Inter di Helenio Herrera e tutti i protagonisti di un calcio rimasto leggendario.
Dopo i tanti anni trascorsi nella redazione de "Il Calcio Illustrato", collaborazione che si concluse nel 1966, in contemporanea con la fine delle pubblicazione del giornale, Silva disegnò per alcuni anni per "La Notte" di Milano, giornale che nell’edizione del lunedì sera presentava le reti e le azioni della "sua" partita. Poi la collaborazione con la Panini durata per quasi più di venti anni, con gli incontri della stagione azzurra per l’Almanacco Illustrato e in contemporanea tantissimi disegni per la Gazzetta dello Sport per la quale ha raccontato le imprese di Platini, Falcao e Maradona. Carmelo Silva, ormai anziano, ha continuato a raccontare con lo stesso entusiasmo e la stessa passione dei primi giorni le grandi avventure del calcio, imprese che ha disegnato con dedizione e amore fino al giorno della sua scomparsa. I suoi disegni hanno fatto sognare generazioni di bambini e il suo ricordo tiene viva la nostra passione per un calcio dal sapore antico. E proprio in tempi di pay-tv e di moviole, l'augurio è che tanti bambini possano ancora crescere ammirando su carta i gol di tanti grandi campioni disegnati da un grande Maestro.
 
Premier League
subbuteousaghanasantiago.jpgLA PREMIER LEAGUE VA LONTANO

Ci risiamo.
Le logiche del profitto e dello spettacolo a tutti i costi hanno intaccato anche il calcio nella Patria che l’ha inventato. L’ultima bizzarra notizia che rimbalza d’Oltremanica riguarda la La Premier League che potrebbe presto organizzare partite all’estero dopo che i 20 clubs hanno concordato di considerare la proposta.
Proposta davvero singolare che prevede di estendere la stagione per ciascuna squadra di un turno: da giocare lontani da casa. Ma davvero molto lontani. Non si tratterebbe più di considerare le partite ‘home’ e ‘away’, ma le dieci gare aggiunte sarebbero ospitate in altri Paesi, con città lontane e lontanissine pronte a pagare i diritti per ospitarle e veder sgambettare i tanti campioni britannici (britannici anche d’adozione calcistica) che affollano il massimo campionato inglese. Asia, Oriente e Nord America sarebbero le possibili sedi.
Nessuna decisione è stata ancora presa sulle modalità di strutturare gli incontri.
Un’idea sarebbe quella di tenere un sorteggio che escluda gli incontri diretti tra le prime cinque squadre della classifica, che sarebbero considerate teste di serie, per non provocare scontri diretti. I punti di queste partite sarebbero validi per la classifica della Premier League. Insomma una follia. Come se non bastassero le dichiarazioni dell’ultimo arrivato nella Football League Championship, Flavio Briatore che vorrebbe portare il QPR a giocare a New York.
Ovviamente, si attendono maggiori discussioni, visto che nessuna decisione ufficiale sarà presa fino all’estate, quando la Premier League terrà il proprio meeting annuale. Se i clubs dovessero trovare un accordo in merito, il massimo campionato inglese cambierebbe a partire dalla stagione 2010-11.
Questo strano rapporto con le colonie americane ha un precedente, seppure all’incontrario. Lo scorso anno una partita della NFL, disputata dai Miami Dolphins e i New York Jets, fu ospitata dal nuovo stadio di Wembley. Un vero scandalo. Dopo la distruzione del tempio del calcio, l’onta di una partita di uno sport così poco inglese. Ma il successo, specialmente negli Stati Uniti, è stato enorme, tanto che un’altra gara è stata confermata per la stagione in corso. Insomma il grande interesse commerciale al di sopra di tutto.
Jeremy Hunt, portavoce del Ministero per la Cultura, i Media e lo Sport, ha dichiarato che giocare fuori dall’Inghilterra sarebbe una vergogna: ‘Io credo che la Premier League – ha detto Hunt – tragga il massimo dal fatto di avere alcuni tra i migliori giocatori al mondo e possiamo già essere molto soddisfatti della Premier League che abbiamo’.
‘Piuttosto – ha aggiunto Hunt – dobbiamo essere certi che la nostra Premier League coltivi i talenti che provengono dai nostri vivai e non mi sembra che ciò accada come in realtà dovrebbe’.
Come dargli torto? Povera Inghilterra, poveri stadi inglesi!
Chissà se un giorno sarai costretta a ospitare nello Stadio di Wembley anche i campionati mondiali di balletto? Roba da Billy Elliot.
 
Personaggi..
gradella.jpgIl calcio romantico che non c’è più

di Giovanni Tarantino

Il 13 febbraio 1949 durante un Atalanta-Lazio, anteponendo agli interessi personali quelli della squadra, Uber Gradella, storico numero Uno della S.S. Lazio, si lanciava in una mischia che gli sarebbe costata la carriera: “Mancavano due minuti alla fine della partita e pareggiavamo 1-1. Per noi quel punto era vitale e l’avrei difeso a tutti i costi. Su un calcio d’angolo mi gettai senza paura incontro ad una palla nonostante l’opposizione di diversi avversari. Caddi a terra cercando di difendere la sfera, ma in quel preciso momento sette giocatori, tra avversari e compagni caddero sul mio corpo. Sentii il ginocchio girarsi completamente, ma decisi di rimanere in campo per i minuti finali”. Stoicamente, aggiungeremmo.
Nelle parole di Uber Gradella si percepisce una tempra diversa da quella di molti pupazzi che popolano le scene calcistiche dei giorni nostri. Se vogliamo, questo ex portiere classe 1921, è l’esempio perfetto di chi lotta per una squadra, per dei colori, quelli biancocelesti nella fattispecie, rischiando addirittura in prima persona. È la difesa di un ideale, lo spirito di un calcio antico e romantico.
Dopo l’episodio sopra ricordato Gradella subì la frattura di tutti e due i femori: la carriera è compromessa e lui lotta per tornare a camminare come una volta.
Pensi a Uber Gradella e fai un salto lungo quasi un secolo, si ripercorre la storia del nostro calcio e della nostra Italia, tra guerre, campionati sospesi, amicizia tra tifosi e calciatori, zero barriere negli stadi. È l’antitesi dell’incubo moderno.
Eppure quella di Gradella per il calcio è una passione che nasce, come accade ancora oggi, sin da quando lui era un bambino, quando a sette anni comincia a giocare nel suo quartiere a Mantova: “Ricordo che facemmo una colletta – ha dichiarato qualche tempo fa Gradella – di cinque centesimi ciascuno per andare a comprare il nostro primo pallone. E da lì le prime sfide e i pomeriggi interi passati dedicati al calcio. Io – prosegue – ho sempre giocato in porta”.
Un approccio col calcio professionistico completamente diverso da quello di oggi, e Gradella comincia a parare nell’A.C. Mantova, in serie C dove rimane fino all’età di 16 anni, per poi passare a Verona dove viene premiato come portiere più promettente della serie cadetta.
Fino a quando non compie il grande salto, all’età di 18 anni, e arriva alla Lazio. Il ragazzo Uber Gradella prende il treno perché deve raggiungere la sede della Società Sportiva Lazio in via Frattina, scende a Piazza di Spagna e comincia a girare spaesato per la Capitale. Poi, un taxista Laziale lo aiuta. È solo il primo dei moltissimi contatti diretti che avrà con i tifosi. “Basta pensare a quello che succedeva ogni domenica. Il nostro raduno era alle 10.30 alla trattoria di via Frattina. I tifosi ci circondavano e ci sostenevano. Era diventata  ormai un’abitudine quella di incontrare una decina di bambini che venivano con noi a piedi fino a piazzale Flaminio, dove poi prendevamo il tram per andare allo stadio. Era bello perché i tifosi ti caricavano, ti davano consigli e a volte anche qualche giusta critica”.
La prima partita in biancoceleste Gradella la gioca a Monaco, nell’ambito di un minitorneo con una delegazione tedesca. La Lazio si impone 1 a 0 all’andata e 4 a 0 al ritorno. Spesso a Roma gli allenamenti della Lazio erano seguiti dai figli di Mussolini, tifosi doc, e il portiere ha l’opportunità di conoscere Romano e Anna Maria, suoi sostenitori oltre che frequentatori abituali dello stadio.
Grande amico di Silvio Piola, Uber, pronto per il rientro, riceve la comunicazione della sua sostituzione con Sentimenti IV. Riceve per l’occasione la lista gratuita, ma piuttosto che lasciare la sua Lazio preferisce abbandonare per sempre il calcio.
“La Lazio mi ha accolto e mi ha fatto crescere come uomo e come calciatore. Le sono immensamente grato e per lei sarei sempre pronto a tutto”. Così, animato da un sentimento nobile, Gradella si congeda dalla società per cui ha parato 140 volte. “Sarei sempre pronto a tutto”: come quella volta, il 13 febbraio 1949, che per difendere la sua maglia, sacrificò il suo ginocchio.
 
Toro...

conilsanguegranta.jpgCON IL SANGUE GRANATA

Natalino ride ancora come ride nella figurina.
Ha ancora tutti quei capelli, solo che sono diventati bianchi.
Come quelli di Angelo. Che sono ancora più bianchi.
Rosario, il più giovane dei tre è il primo con il quale ho preso contatto per organizzare la manifestazione del Subbuteo Fair.
Pragmatico, attento. Uno tosto.
Colpisce la loro giovialità, la loro freschezza. Sono grandi calciatori del recente passato.
Ogni tanto una partita la disputano con le altre vecchie glorie granata, ma non sono prime donne. Sono soltanto grandi calciatori e grandi uomini. Quando segnavano un gol si abbracciavano tra loro, non facevano strani versi come fanno oggi le stelline del nostro calcio.
Elegante, come quando giocava in difesa, Angelo mi indica Natalino poco distante e mi dice: "Se quel ragazzo là giocasse adesso, potrebbe avere i milioni che vuole; ma a lui non importa niente".
È così. Loro sono i "ragazzi". Travolgenti con la loro carica di simpatia e il loro amore per il calcio. E per il Toro. Per quello che il Toro rappresenta: la grinta e l'onore.
Abbiamo giocato a Subbuteo, parlato di calcio e di Figurine Panini.
Abbiamo parlato di Fair Play e di programmi futuri.
Natalino quando ha visto i miei basettoni, la mia giacca e il mio stile un pò beat, mi ha fatto il più bel complimento che abbia mai ricevuto. Nemmeno mia mamma mi ha mai detto una cosa così bella: "Te ti vesti un pò come Gigi" – mi ha detto.
Gigi Meroni, la farfalla granata. Il suo amico Gigi, col quale divideva la stanza nei ritiri, quando andare in ritiro significava approfondire un’amicizia e non sbuffare e chiudersi in stanza a giocare con la playstation. Quel fantastico estroso calciatore che ha lasciato un gran vuoto tra i suoi cari e tra tutti gli appassionati del football. Anche in chi non ha avuto la possibilità di vederlo giocare.
Un giorno di qualche mese fa ero con alcuni amici in uno studio di tatuaggi a Torino.
Uno studio in cui il tatuaggio tradizionale, quello alla Sailor Jerry, è di casa.
E dove anch'io mi sento di casa.
Nello studio c'erano due calciatori dell'attuale Torino.
Uno dei due si è rivolto al tatuatore e gli ha detto: "Mi vorrei tatuare una farfalla".
Il mio pensiero, insieme alla farfalla è volato all’indimenticabile numero sette.
Ho pensato: "Questo sì che ha il sangue granata!".
Poi il calciatore, guardandosi attorno, ha aggiunto: "Che significato ha la farfalla?".
Come rovinare una poesia.
Angelo, Natalino e Serino, invece, il sangue ce l'hanno davvero granata.

 
Subbuteo che Passione..

ghila pub.jpg FABRIZIO GHILARDI

Mi sono innamorato del Subbuteo a sette anni. Nel 1974.
È stato amore cieco, totale, definitivo. Il classico colpo di fulmine. L’Amore a prima vista.
In realtà, lo stesso Amore lo avevo già provato per i colori bianco celesti della Lazio.
Insomma, il 1974 per me è stato l’anno dell’Amore, non certo l’anno del divorzio.
L’apoteosi per un bambino di sette anni. Innamorarsi del Subbuteo lo stesso anno in cui la squadra del cuore diventa Campione d’Italia. Significava amare il calcio. E non tradirlo mai più. Un calcio diverso da quello di oggi, cavalleresco, fatto di grandi personaggi e di grandi squadre. Come si diceva all’epoca parlando di una squadra formidabile, uno ‘squadrone’.
Peccato che per avere la mia prima squadra abbia dovuto attendere quasi un anno e soprattutto peccato che la mia prima squadra di Subbuteo non sia stata la Lazio. Per un’antipatica scelta del Destino ‘quel giorno’ era esaurita. Buon segno, mi dissi, accettando un Disegno superiore. Significava che altri bimbi cercavano quello che cercavo io. Dopo lungo pensare tra le centinaia di squadre in vendita nel negozio (che aveva un nome davvero accattivante, “Casa Mia”), chissà perché, scelsi una squadra provinciale, di quelle che si amano soltanto se si nasce dalle sue parti.
Il Lanerossi Vicenza. Ma per un altro scherzo del suddetto Destino, la commessa, che non aveva certo la perizia calcistica di Paolo Valenti, mi consegnò fiammante tra le mani una versione un po’ meno classica del Lanerossi. Una versione con degli splendidi pantaloncini neri.
L’Amore era sbocciato e quando a sette anni il concetto di proprietà si affaccia nel mondo dei grandi, quelli che la proprietà la difendono o la contestano, non si va tanto per il sottile. Uno strato di colla si produce nelle manine di bambino e con difficoltà si riesce a spostare gli oggetti che le manine stesse custodiscono con tremante perizia.
E fu così che mi portai via la mia prima squadra di Subbuteo.
Fu soltanto a casa che mio fratello – più piccolo di me di tre anni, ma molto più attento di me ai dettagli – mi fece notare che sull’album delle Sacre Figurine Panini la divisa sociale dei veneti prevedeva maglie a strisce bianco-rosse, pantaloncini bianchi. Ma perché non aveva parlato prima! Con la stessa tenacia con la quale avevo scelto una piccola squadra della provincia italiana, ancora abbastanza lontana dai brevi fasti che l’avrebbero fatta salire alla ribalta del gran calcio nazionale pochi anni dopo, mi innamorai perdutamente di quella sua strana versione. Il catalogo del Subbuteo me la indicava come Southampton, squadra inglese che allora proprio ignoravo. E questo bastò a farmi giurare al Southampton eterno Amore. Fu così che con la squadra inglese mi innamorai di quello che era il Calcio con la maiuscola. Il Calcio inglese. Il calcio dei padri, dei fondatori, degli apostoli.

Nel 2005 ho celebrato, s’intende, in forma privata, trent’anni di amore per il Subbuteo. E per il Calcio giocato, o meglio ‘giocato’ proprio nel suo valore di participio passato.
Forse perché il calcio ha segnato una passione di bambino; forse perché le maglie da calcio erano più belle e sempre uguali proprio come quelle dipinte a mano nelle figurine del Subbuteo, invece di cambiare ogni stagione per far piacere agli sponsor che allora non esistevano; forse perché il calcio aveva davvero un altro sapore; forse perché quando un giocatore segnava si abbracciava con i suoi compagni e non correva via per non farsi toccare come non volesse condividere la sua gioia con gli altri o non faceva scene strane pensate in anticipo per essere sempre innovativo nell’esultanza; forse perché i calciatori avevano dei nomi e dei visi più credibili per figurare sugli album e sugli almanacchi; forse perché sono un inguaribile romantico delle domeniche pomeriggio.
E del Subbuteo.
Quando abbiamo deciso di dedicare al Subbuteo (gioco inventato proprio in Inghilterra, quella nazione lontana, strana isola del nord dell’Europa in cui giocava il Southampton) una giornata e una mostra fotografica, sul mio viso si è stampato lo stesso sorriso di bambino col quale ho acquistato centinaia di squadre assieme a mio nonno e a mio fratello. Lo stesso sorriso che ho mentre scrivo.Parlando con le Istituzioni che ci hanno sostenuto e che ringrazio, abbiamo puntato l’attenzione su quanto il Subbuteo sia stato educativo per diverse generazioni, dal 1947 ad oggi. Simbolo immutabile di Fair Play tutto britannico come la sua nascita e la sua discendenza.
Ma abbiamo omesso quanti litigi e quante risse di bambini e giovinetti ha causato. Le ricordiamo adesso. Sono state litigate sincere, cavalleresche come il calcio che amiamo, spesso inconciliabili per il lasso di tempo necessario a riuscire a riderci sopra. Amicizie e vincoli familiari rotti e ricuciti il tempo di mangiare una bella fetta di pane e olio (per i più ghiotti di pane e zucchero e per mio fratello di entrambe) e di aver voglia di giocare ancora.
Un po’ come prendersi a pugni con lo stesso stile con il quale si duellava anticamente, lasciando al rivale, allo sfidato, o al più debole, l’onore del primo colpo. Questo è stato il Subbuteo per tanti giovani che, ormai, così giovani non sono più.

Insomma, un mondo magico fatto di fair play da una parte e di sacrosante ragioni per scatenare odio e minacce dall’altra...
Le regole, ad esempio, sono state uno dei motivi di maggiore attrito tra i giocatori del Calcio in miniatura. E di discriminazione. Ricordo regole incredibili, frutto di una libera interpretazione che sfociava nell’eresia. I pochi che leggevano il libretto con le vere regole assumevano ai nostri occhi il valore che i Padri della Chiesa hanno avuto per la Cristianità. E gli eretici convinti, difficili da stanare e condannare al rogo, per noi erano considerati alla stregua dei luterani più incalliti. Seguaci di una loro chiesa che nulla aveva da spartire con la Vera Chiesa del Subbuteo, quella del Padre Nostro Peter Adolph. Che purtroppo oltre ad essere uomo non era anche Dio e non ha trasferito poteri terreni e vincoli sacrali a discendenti eletti per la traditio legis.
Questo ha significato movimenti di subbuteisti che hanno conservato, ampliato, rinnegato, rivisto e corretto il messaggio del vecchio Subbuteo.
Cercando su internet qualche comunità di appassionati del gioco, ne ho trovate davvero molte.
E ancora una volta, come accadeva da bambini quando si litigava, tutte contro tutte. E come litigano! Con lo stesso ardore e la stessa caparbietà di quando si era bambini. C’è chi si richiama alla purezza del gioco e ancora organizza tornei con le squadre prodotte fino agli anni Settanta e c’è chi invece ha inventato il calcio da tavolo e le sue federazioni; c’è chi conserva e chi innova.
Strenui difensori della Tradizione oppongono le proprie ragioni a progressisti che oppongono le proprie verità a ‘bacchettoni’ da Antico Regime.
Ce n’è davvero per tutti. E tutti che nel nome del Subbuteo invocano benedizioni sulle proprie schiere e maledizioni sugli adepti del satanico avversario. Sarà difficile vederli riuniti sotto un’unica bandiera ecumenica, ma sarebbe bello vederli riuniti – deposte le armi – in occasione di una manifestazione dedicata al gioco che tutti amano e al quale si ispirano.
Action Now e il sottoscritto, senza aver necessità di entrare in un così grave problema, sentono di dimostrare la propria fedeltà assoluta a un gioco immortale, celebrandone gli anni d’oro, come un buon tempo antico di dantesca memoria e come un’Età dell’Oro che, di fronte alle tante prove del Kali Yuga, servirà a farci sentire più vicini ai nostri Padri. E a mio nonno che non c’è più, al quale dedico riconoscente la nostra mostra.

Charlotta Smeds, che il Subbuteo lo conosce davvero bene, ha deciso di dedicare i suoi scatti ad alcuni pezzi che lei stessa ha scelto e che fanno parte di una piccola collezione privata. Una collezione di ricordi e di immagini dolcissime. Non si tratta di ripercorrere una storia del Subbuteo o di illustrarne i pezzi, ma di raccontare con l’occhio di una grande fotografa svedese i sentimenti e le immagini indelebili che noi serbiamo nel cuore.
C’è riuscita con grande abilità tecnica e con grande passione.

 
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